Gli stabilimenti in questione sono a Casale Monferrato (Alessandria), Cavagnolo (Torino), Bagnoli (Napoli) e Rubiera (Reggio Emilia). I destinatari dell'avviso di chiusura indagini sono il miliardario svizzero Stefan Schmidhaeny, della famiglia proprietaria della multinazionale, e il belga Jean Louis De Cartier, che ha avuto incarichi di responsabilita'. Il procuratore aggiunto Raffaele Guariniello contesta l'omissione volontaria di cautele contro gli infortuni e il disastro doloso. Nell'elenco delle persone morte o malate sono compresi i nomi di circa 500 residenti a Casale Monferrato, che sarebbero stati colpiti dalle patologie per la grande diffusione, in citta', di manufatti in amianto.
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(ANSA) 2/8/2007 (7:39) - AMIANTO, LA CHIUSURA DELL'INCHIESTA
"Eternit, fu strage dolosa"
La Procura di Torino: i vertici conoscevano i rischi per la salute dei lavoratori
ALBERTO GAINO
TORINO. Duemilanovecentosessantanove. A scriverlo in lettere, in una sola riga, concentra l’impatto grafico delle 105 pagine dell’avviso di conclusione delle indagini riempite di tutti quei nomi e cognomi di ex operai Eternit, delle storie di morte o malattia di ciascuno. Per mesotelioma pleurico o al peritoneo esplosi nei loro corpi 20-30 anni dopo aver respirato in fabbrica fibre di crocidolite, amianto.
Lavorate senza adeguata protezione per la salute di tutti negli stabilimenti italiani di Cavagnolo (provincia di Torino), Casale Monferrato, Rubiera (nei pressi di Reggio Emilia) e di Bagnoli.Quel «tutti» è importante: la polvere d’amianto ha ucciso anche fuori delle fabbriche. Nell’atto giudiziario compaiono anche 482 persone di Casale che non varcarono mai i cancelli Eternit.
Casale è anche la comunità che più si è organizzata contro questa silenziosa strage degli innocenti: associazioni, lotte, denunce, leggi per risanare i tetti e le strade di polvere d’amianto. Altrove, come a Bagnoli, sono stati i collaboratori del procuratore aggiunto Raffaele Guariniello a fare un lavoro immane di censimento.
Per riuscire a riscontrare, solo fra gli ex dipendenti Eternit in provincia di Napoli, 541 parti lese nel prossimo processo.
Impressionante, tanto che uno degli avvocati che ha ricevuto l’atto giudiziario, Astolfo Di Amato, difensore di uno dei due indagati superstiti a fine inchiesta, dichiara a caldo: «La lettura del capo di imputazione determina una sensazione di dolore per il rispetto che si deve a tanta sofferenza».
Il capo di imputazione svela gli sviluppi della più grande inchiesta aperta in Europa e ora pronta per il processo: due indagati, Stephan Schmidheiny (la posizione del fratello Thomas è stata stralciata) e Jean-Louis Marie Ghislain de Cartier de Marchienne. L’uno svizzero, l’altro belga, accusati di disastro doloso e omissione dolosa di norme antinfortunistiche nella «loro qualità - scrivono nell’atto Guariniello e i pm Sara Panelli e Gianfranco Colace - di effettivi responsabili della gestione della società».
Si alternarono al vertice della multinazionale dei prodotti di fibrocemento: tettoie, tubi, manufatti d’uso comune rivestiti d’amianto.
In particolare Stephan Schmidheiny, terza generazione della famiglia, è tuttora un personaggio: 60 anni, ha ceduto (almeno formalmente) quanto restava dell’impero Eternit (20 mila dipendenti sparsi in 20 stabilimenti nel mondo).
E si è riconvertito allo sviluppo eco-compatibile. Come industriale: società di forestazione in Sudamerica. E guru: conferenze, libri (in Italia l’ha pubblicato Il Mulino).
Il suo sito internet lo ritrae sorridente fra altri conferenzieri. E’ stato consigliere di Clinton su questi temi, ha parlato all’Onu e in Vaticano.
L’avvocato Di Amato, suo legale, sostiene: «Il mio cliente è un obiettivo sbagliato. Non ha mai gestito gli stabilimenti italiani.
E ha sempre dato impulso a misure di sicurezza nell’ambito di tutto il gruppo, dando corso a importantissimi investimenti».
Guariniello e i suoi P.M. sostengono l’esatto contrario sulla base di una minuziosa ricostruzione di documenti Eternit che comprendono anche lettere di Stephan Schmidheiny agli amministratori del gruppo.
Con le disposizioni sull’organizzazione del lavoro, sui sistemi di protezione della salute dei lavoratori, se eliminare o no.
Forse sussiste una possibile analogia sui fatti?
E se la risposta è affermativa, a Torino vi è un'altra Giustizia più tutelante?